«A 86 anni sono ancora una ribelle»

di Silvia Di Paola
Agnès Varda, la nonna della nouvelle vague, arriva a Venezia 72 per presentare il suo cortometraggio. Noi di Letteradonna.it abbiamo colto l'occasione per intervistarla.

FRANCE-CINEMA-FILM-FESTIVAL-CANNESLa nonna della Nouvelle Vague, come hanno spesso definito Agnès Varda, e la ribellione. Che è sempre stata la sua parola d’ordine. Dai tempi in cui era tra i fondatori della nouvelle vague, sola donna tra uomini (anche un po’ maschilisti), e insieme tra gli scardinatori, perchè sempre alla ricerca di nuove sperimentazioni, di altri linguaggi. Oggi, dopo essere stata premiata con la Palma d’Onore allo scorso festival di Cannes, è ospite della Mostra del Cinema di Venezia col suo Les 3 boutons, ultimo capitolo del decalogo di cortometraggi che fanno parte del progetto Miu Miu Women’s Tales,  cui hanno partecipato tra le altre Alice Rohrwacher, Miranda July e Zoe Cassavetes. Noi di Letteradonna.it abbiamo incontrato Agnès e lei ha deciso di raccontarsi partendo da molto lontano. Da dove tutto è cominciato.

VENICE, ITALY - SEPTEMBER 03:  Agnes Varda visits Jeager-LeCoulter lounge during the 72nd Venice Film Festival at the Palazzo del Casino on September 3, 2015 in Venice, Italy.  (Photo by Ian Gavan/Getty Images for Jaeger-LeCoultre)DOMANDA: Come si sente oggi, a 86 anni, Agnes Varda? Quanto si sente cambiata?
RISPOSTA: Non mi sento poi troppo cambiata, età a parte, dal mio esordio datato 1954. Il mio primo film, La pointe courte, era centrato  sulla crisi di un matrimonio e il  montatore  era un giovane Alain Resnais che allora fece ben più di un semplice montaggio. Lui era più grande di me di tre anni, e all’epoca la differenza di età, anche se minima, era importante.
D: Che cosa ha imparato da lui?
R: Mi ha insegnato cose importanti, come ad esempio mantenere un progetto per quello che è, non cedere davanti alle difficoltà, essere battagliera sempre. Nel lavoro come nella vita. Che è quello che io ripeto oggi ai giovani: se avete un progetto, siate fedeli alla vostra idea. Alain mi ha insegnato questo quando ancora non era nessuno, prima che diventasse famoso. E mi piace essere stata capace di riconoscere un vero artista prima che se ne accorgessero altri. Comunque, da allora, in spirito e combattività non sono cambiata.
FRANCE-CINEMA-FILM-FESTIVAL-CANNESD: Ma che cosa è oggi per lei la ribellione?
R: La stessa cosa che era quando avevo 20 anni. Mi hanno definita come la nonna della New Wave perché allora combattevo per un cinema contemporaneo e per un linguaggio che avesse a che fare con la pittura, la scultura, le arti contemporanee. Ho combattuto per la contaminazione. E lo faccio ancora oggi. Quindi io mi sento ancora una ribelle. Il fine della mia battaglia e la mia gioia consiste nell’ avere la possibilità di condividere quello che faccio e, insieme, nel cercare di trovare nuove forme da condividere.
D: Anche questo suo piccolo film presentato alla Mostra risponde a questi intenti?
R: Direi che Les 3 boutons manda un forte messaggio anticonformista in forma di favola ma, nonostante gli elementi fantastici, non è affatto una fiaba, ma un racconto stretto a doppio filo con la realtà. È la storia della giovane Jasmine, che rifiuta il lusso di un vestito di alta moda per indossare l’uniforme da studentessa. Ringrazio chi lo ha voluto nell’ambito del progetto ‘Miu Miu Women’s Tales’. Protagonista è questa dodicenne che, con l’arrivo di un pacco che contiene un tessuto da cui prende vita un vestito magico, inizia un viaggio in cui perde tre bottoni, ognuno con una storia.
D: La storia parte da un vestito. Ma c’entra o non c’entra la moda?
R: Vorrei chiarire che questa non è una storia sulla moda. C’è anche la moda, che con le sue contraddizioni è un po’ come la vita, ma è soprattutto una storia sul desiderio di evadere dal proprio piccolo mondo, di avere un’istruzione, che per me è rivoluzionaria. Oggi come ieri. Anche se purtroppo questo messaggio ancora fa fatica a passare.
LATVIA-EU-FILM-FESTIVALD: E lei ama ancora mixare fiction e documentario?
R: Ho sempre sovrapposto fiction e documentario. Senza tetto né legge del 1985 era fiction, ma aveva una struttura, un tessuto da documentario e in molti pensavano che si trattasse di una storia vera. Ma non lo era. Invece, in Les Glaneurs et la glaneuse incontravo e parlavo con delle vere spigolatrici. Era un documentario attraverso cui volevo far sognare come in una fiction.
D: Con quale intento?
R: Diciamo che ho sempre tentato di cancellare i confini tra vero e finto. E lo faccio ancora oggi. Vorrei che davanti ai miei film la gente non si chiedesse se è vero o non è vero ma si lasciasse toccare il cuore in un universo come quello di oggi sempre più omologato.
D: Però ormai sta poco sul set. Come è cambiato il suo rapporto col cinema?
R: Semplicemente a un certo punto non ho più avuto voglia di trovarmi su un set, anche per questo girare Les 3 boutons è stato molto divertente. Era una cosa piccola e l’ho fatta, ma al momento l’idea di affrontare gli attori e un vero set, con tutto quello che implica, non è possibile per me. Per questo ora faccio solo documentari.
65th Venice Film Festival: Celebrity Sightings/Atmosphere - Day 9D: Che cosa offre la realizzazione di un documentario rispetto a quella di un film?
R: Io trovo la gente davvero incredibile e sorprendente, ed essere in grado di filmarla in una relazione è una prova molto avvincente per un cineasta. Sul set, invece, lavori con dei professionisti e questo ti impone un approccio diverso. L’ultimo dei miei film che è uscito in sala è Les Plages d’Agnès, che possiamo definire come un documentario. È un approccio al cinema che ora sento più vicino. Forse sono un po’ intimidita dagli attori e ho deciso che preferisco lavorare con persone reali piuttosto che con interpreti.
D: E come è cambiato invece per lei il rapporto tra arte e cinema?
R: Penso che quello che cambia tra un’installazione e un documentario è la possibilità che hanno l’artista e lo spettatore di muoversi e di posizionarsi. Lo spettatore non è preso in trappola, può andarsene, gettare un occhio e ripartire. È più libero, fa ciò che vuole.
D: In che senso?
R: Io creatore non posso imporgli nulla e so che è più difficile catturarlo rispetto a quando realizzo un film. Adesso mi sento molto più coinvolta dall’arte proprio per questo: perché è un’esperienza che ti lascia anche molta libertà nel modo di lavorare e soprattutto di arrivare a un pubblico diversificato. Anche se è vero che, dopo anni, un film conserva ancora la forza di influenzare chi lo vede rispetto a un’installazione.
France's director Agnes Varda poses duriD: Che cosa ha contato di più nella sua lunga carriera?
R: Non aver ceduto. Di essere rimasta, anche se quasi tutti i miei film sono stati insuccessi commerciali, a parte Senza tetto né legge, un film molto duro per me ma che piacque e andò bene. Ma anche se gli altri film non sono stati successi commerciali, io penso di aver avuto fortuna, perché i miei lavori sono stati capiti e apprezzati da una certa parte del pubblico. Quindi ho raggiunto il mio scopo: essere sincera col pubblico in ciò che proponevo senza lasciarmi tentare dai soldi e dal successo.
D: E l’ispirazione che cosa è per lei oggi?
R: In questo non sono cambiata. Per me, oggi come ieri, l’ispirazione è una magia, qualcosa che non si cattura. Qualcosa che non esiste nel momento in cui la pensiamo. C’è. Nel momento in cui la vogliamo, la aspettiamo, non c’è più. Il che significa che non bisogna neanche sperare di fare opere poetiche, di realizzare grandi film o di scrivere capolavori. Bisogna solo lavorare. Bisogna lavorare su ciò che è in disordine, su ciò che sfugge, su cose che non si toccano ma si sentono soltanto. Se lo si fa, potrebbe venir fuori qualcosa all’improvviso, quando meno te lo aspetti. Potrebbe o anche non potrebbe. Non è prevedibile.
Agnes VardaD: Che cosa pensa della Grecia che brucia?
R: Che posso dire? Ho un padre greco, anche se sono nata in Belgio, e trovo tremendo pensare alla Grecia in queste condizioni. A come poteva essere aiutata e non lo è stata. Non sono un politico o un tecnico, ma penso che tanti errori si fanno anche perché sono troppo poche le donne nei posti che contano davvero. Lottavo per i diritti delle donne nel cinema. C’erano pochissime donne all’epoca nell’ambito del cinema. Siamo passate dal 3% al 20%. Parlo del cinema, ma anche in politica è lo stesso.
D: Che cosa devono fare quindi le donne?
R: Le donne devono lottare per esistere; negli ultimi 50 anni ho visto e testimoniato molti cambiamenti, ma dobbiamo lottare perché le donne entrino nella compagine di chi fa qualcosa. Sono tante, troppe, le donne che devono ancora trovare la loro voce. In molti Paesi hanno perso diritti e potere. Perciò nei miei film propongo protagoniste che hanno obiettivi da raggiungere e nella vita reale vorrei che le donne avessero più potere.

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