«I diritti gay? Non ci tolgono niente»

di Matteo Innocenti
A tu per tu con Franca Leosini. Tivù, crimini, critiche, fan e unioni civili. Che supporta. «Non c'è distinzione tra eterosessuale e omosessuale. A fare la differenza è l'imbecillità».

Franca Leosini (Rivista Studio la racconta qui) non si cura delle critiche ricevute per i toni usati durante l’intervista a Rudy Guede, guarda avanti e va per la sua strada. Quella che da oltre 20 anni percorre con Storie Maledette, trasmissione approdata in prima serata su RaiTre solo nel 2016, dopo tante edizioni in tarda serata. Protagonista è da sempre racconta la cronaca nera raccontata, però, dalla voce del colpevole. O, meglio, da chi la giustizia ha ritenuto tale. I condannati accettano o chiedono di farsi intervistare da Franca Leosini, perchè lei offre loro la possibilità di riabilitare un’immagine compromessa. Ma, attenzione, è sempre lei a condurre i giochi dopo aver preparato ogni puntata con cura maniacale, come racconta a LetteraDonna: «Dietro ogni intervista ci sono mesi di preparazione. Le interviste sono come delle sceneggiature. E le critiche non mi interessano. Per me parlano gli ascolti e l’affetto del pubblico». Un affetto forte e trasversale.  Tanto che i suoi fan, come quelli delle pop star, si sono pure dati un nome: leosiners. Tanto da essere considerata un’icona. Sia per il mondo del fashion sia per quello omosessuale che lei supporta.

DOMANDA: Chi sono i condannati che intervista?
RISPOSTA: Uomini e donne caduti nel vuoto del crimine. Non sono professionisti del reato.
D: È un vuoto in cui chiunque può cadere?
R: Sì, perché in ognuno di noi c’è un lato oscuro, un potenziale di violenza, un alter ego che può emergere e prendere il sopravvento. Se non ci capita è perché siamo stati più fortunati o bravi a tenere a freno questa parte di noi.
D: Quanto studia i casi di cui si occupa?
R: Tanto, con grande disperazione dei direttori di rete e di chi segue la trasmissione: ogni edizione ha poche puntate perché dietro ognuna c’è un grande lavoro, che dura mesi. Studio con attenzione 3-4mila pagine di atti processuali, e poi scrivo tutto.
D: Dunque non lascia niente all’improvvisazione.
R: Esatto. Quelle di Storie Maledette non sono interviste, ma strutture narrative. Ogni volta è come se scrivessi un libro e poi lo mettessi in scena come un film. Ecco, il librone con le domande che porto in studio è come se fosse una sceneggiatura. Poi, visto che gli interlocutori non sanno cosa chiederò e io posso solo immaginare le risposte, a volte cambio in corsa.
D: A proposito di struttura narrativa, Aldo Grasso ha definito la sua una «prosa modesta».
R: Fa il suo lavoro: è un critico e dunque critica. In compenso la maggior parte dei suoi colleghi mi elogia. La principale gratificazione arriva però dal pubblico: pensi che nei primi dieci minuti della puntata con Rudy Guede ci sono stati 20mila tweet di commento alla trasmissione. E questa non è fortuna, ma grande impegno.

D: Come è nata la sua passione per cronaca nera e giudiziaria?
R: In realtà sui quotidiani non sono mai stata una grande lettrice di cronaca nera. Diciamo che ci sono arrivata grazie alla chiamata diretta di RaiTre, che mi chiese di fare un’inchiesta per Telefono Giallo sul delitto di Anna Parlato Grimaldi. La trasmissione, con Corrado Augias, ebbe grande successo e così mi proposero di rimanere in Rai come autrice.
D: Telefono Giallo è stato il progenitore, se così si può dire, di molte trasmissioni odierne. Cosa pensa dei «processi» in tv?
R: Ognuno fa come gli pare, con Storie Maledette faccio un’altra cosa: quando intervisto ci sono stati almeno due gradi di giudizio.
D: Quale intervista l’ha più coinvolta emotivamente in tanti anni?
R: Quella a Mery Patrizio, che nel 2005 ha affogato il figlio nella vasca da bagno. Avevano addirittura insinuato che l’avesse fatto perché sognava di fare la velina. Io le ho restituito la dignità: soffriva di una forma gravissima di depressione post partum e si è capito solo dopo l’intervista a Storie Maledette. Comunque, seguo solo casi che mi coinvolgono e il distacco che mostro in video è solo professionale.
D: E quella che avrebbe voluto fare e che invece non ha fatto?
R: Preferisco non rivelare il nome, ma avrei voluto intervistare un magistrato della Corte costituzionale colpevole di omicidio. Ma adesso è tardi, stiamo parlando di una persona che adesso gode del regime di semilibertà. Io vado in onda solo con storie valide nel momento in cui le racconto. Pensi che Storie Maledette non va nemmeno mai in replica.
D: Qual è il segreto del suo successo?
R: Probabilmente l’umiltà. Ho avuto tanti maestri di giornalismo e ce l’ho ancora oggi, ogni giorno. Nella vita non si deve mai pensare di essere arrivati. Io mi pongo sempre con umiltà, dicendo «io imparo» e non «io insegno».
D: Lei è icona gay e fashion, e vanta una folta schiera di ammiratori, i leosiners. La cosa la diverte?
R: Non mi diverte: mi gratifica enormemente. Il loro è un abbraccio affettuoso che ricambio. La comunità gay mi adora perché, credo, ha visto in me una persona con un’estetica riconoscibile e un’identità forte.
D: E una persona che si è schierata dalla loro parte.
R: Ma certo, non c’è differenza tra eterosessuale e omosessuale. A fare la differenza è l’imbecillità, che può non avere limiti. Servirebbe più rispetto: per la legge, per l’ambiente, per gli altri e, in questo caso, per i diritti della comunità gay. Stiamo parlando di persone che hanno doveri come gli altri, uno su tutti pagare le tasse, eppure non hanno gli stessi diritti. Io sono sposata con figli. Dare più diritti ai gay non me ne toglierà nessuno. È così difficile da capire?
D: Concludiamo con un commento sul Family Day?
R: Come diceva George Bernard Shaw, se avessimo tutti le stesse opinioni non ci sarebbero le corse dei cavalli. Quindi, ognuno pensi quello che vuole.

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Publicato in: Red carpet Argomenti: , , , , , , Data: 01-02-2016 01:49 PM


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