«Quanto mi ha insegnato Volonté»

di Paola Medori
Michele Riondino, noto per 'Il giovane Montalbano', ha vinto il premio dedicato all'attore torinese. Ci ha parlato della sua Taranto, del suo impegno civile e del nuovo film, atteso alla 74 esima Mostra di Venezia.

Michele Riondino

Ricevere un premio, per un artista, è uno traguardo importantissimo. Riconosce il duro lavoro e il sacrificio. Gratifica. E se questo è dedicato a un’icona che ti ha ispirato, ha un valore maggiore. Come nel caso di Michele Riondino, noto al grande pubblico per la sua interpretazione ne Il Giovane Montalbano, che ha ricevuto il Premio Gian Maria Volonté 2017 all’eccellenza artistica durante il festival La valigia dell’Attore. «È stato un grande attore, inarrivabile, che è riuscito a nascondersi dietro i personaggi e a lasciare comunque il proprio segno. Lui mi ha dato qualcosa in più», confessa a Letteradonna. Classe 1979, di Taranto, ha lavorato con i più grandi registi, come Marco Bellocchio, i fratelli Taviani, Mario Martone, Matteo Rovere e Daniele Vicari, regalando interpretazioni che lasciano sempre un’impronta. A soli 18 anni, ha superato il provino per entrare all’Accademia di arte drammatica di Roma: è stato l’inizio di una strepitosa carriera. Una scelta dettata dal bisogno di andare via da Taranto, da quella terra bruciata dall’Ilva, per poi difenderla con determinazione e attivismo. Infatti, lo raggiungiamo al telefono mentre è in viaggio verso la Valle di Susa, a Venaus, per il Festival Alta Felicità, una grande esperienza sociale di cui ci ha parlato con entusiasmo. «È un gemellaggio tra i ‘No Tav’, ‘Il Comitato dei Cittadini Liberi e Pensanti’ di Taranto (da lui fondato, ndr) e il ‘Riaceinfestival’ in Calabria, organizzato dall’attore Peppino Mazzotta. Il nostro obiettivo è creare una sorta di rete di festival che possano unire insieme, da Sud a Nord, le diverse lotte legate al territorio. Tanti palchi per parlare dei nostri problemi». Ma Riondino ci ha parlato anche del suo impegno civico e del cortometraggio, tutto al femminile, che vedremo alla 74 esima Mostra di Venezia.

DOMANDA: Cosa significa per un attore ricevere il premio dedicato a Volonté?
RISPOSTA: Moltissimo, anche se il premio più grande l’ho ricevuto da Giovanna Gravina, la figlia di Gian Maria, la prima volta che mi ha invitato. È un festival particolare che abbatte ogni tipo di formalismo e ci si trova catapultati in una reunion, in una sorta di grande famiglia, dove si parla di quello che ci piace fare di più nella vita: recitare. È una manifestazione per gli attori e con gli attori. È un bel regalo che Giovanna mi ha fatto molto tempo fa. Il premio è una bella conclusione. Diciamo: un ottimo risultato.
D: Volontè è stato un attore controcorrente che ha sempre difeso le sue idee politiche e pensato con la sua testa, di cinema e impegno. Anche lei è sempre in prima linea. In questo non le sembra di somigliarle?
R: Ho imparato molto da lui. Ma più che somigliargli mi piacerebbe essere un suo allievo. Mi ha insegnato tanto con i suoi film, gli interventi politici, le sue interviste o quando parlava del mestiere dell’attore. Io, come Gian Maria, sono convinto che un attore, così come un ingegnere, un avvocato o un camionista, prima di essere professionista è un cittadino. E deve essere attivo. È imprescindibile, al di là di quale sia la sua posizione all’interno della società.
D: Quale tra i film di Volontè avrebbe voluto interpretare e perché?
R: Nessuno! Come avrei potuto farlo? Io l’avrei distrutto (ride, ndr). Tutti i suoi film mi hanno regalato qualcosa. Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto mi ha insegnato come ci si può nascondere dietro una maschera, conservando un’idea di naturalismo e di riferimenti che toccano il quotidiano degli Anni ‘70. La classe operaria va in paradiso come il corpo con il dialetto e tutta la fisicità possa diventare personaggio. Todo modo come le idee e le azioni di un attore possono modificare un ruolo.
D: Si indegna sempre come quando si è pubblicamente schierato attaccando la classe politica per quanto accaduto nello stabilimento dell’Ilva a Taranto, dove è nato e dove ha lavorato anche suo padre. Non a caso una tra le sue migliore interpretazioni al cinema resta quella di Acciaio di Stefano Mordini. Come nasce questa grande coscienza civile?
R: Ho vissuto i drammi e i problemi della mia città, quel disagio, quel crescere a Taranto, sfruttata e stuprata dalla grande industria senza pensare a nessun tipo di interesse per la qualità della vita. Inevitabilmente questo incide sulle idee, sulla posizione e sulla condizione sociale di un individuo. Non può essere altrimenti. Oggi la politica istituzionale, invece, vuole addormentare il cittadino perché vuole arrogarsi il diritto di pensare al suo posto. In realtà è il cittadino che deve stabilire chi fa il bene e chi fa il male nella sua vita.
D: Secondo lei un attore deve essere anche lo strumento per far arrivare un messaggio sociale forte?
R: La mia professione mi mette nella condizione di essere il megafono di quelle che sono le rimostranze dei tarantini, della mia famiglia, dei miei amici che vivono ancora là, nel disagio e nel disinteresse generale. Dal mio punto di vista è inevitabile prendere posizione. Per me è strano il contrario e cioè che i tarantini famosi non approfittino della loro condizione pubblica per fare rumore e mettere in luce il disagio di una città che è lo specchio dell’Italia.
D: Impegnato nella sua cittànel ‘Comitato Cittadini e lavoratori liberi e pensanti’ che dal 2012 organizza, sotto la sua direzione artistica, il concertone del Primo maggio di Taranto insieme a Roy Paci. Come è stata questa esperienza?
R: Fantastica e faticosa soprattutto perché è stato fatto per una città dura, che non si sforza di concepire che quell’evento può metterla sotto dei riflettori diversi. Non siamo riusciti a farlo lo scorso maggio per problemi politici: abbiamo preferito evitare perché c’erano le amministrative e si è consumata una vergognosa campagna elettorale. Ma torneremo il prossimo anno.
D: Le capita di accettare ruoli di cui non è convinto e, in quel caso, come fa a dare il meglio di sé?
R: Finora non è mai capitato. Ho avuto la possibilità di avere delle buone proposte con ottimi registi. Tra quelle che mi sono arrivate ce ne sono state diverse che non ho accettato.
D: Qual è il segreto per fare cinema e fiction impegnate senza correre il rischio di essere didascalici e rinunciare allo spettacolo?
R: Innanzitutto non fare differenza tra cinema e fiction. Quando scegli di partecipare a un progetto lo fai perché ti convince, ti interessa e ti muove qualcosa dentro. Quello che dovrebbe condizionare e rappresentare il nostro lavoro è soprattutto l’interpretazione. È la base da cui partire. La bellezza di questo lavoro è andare a studiare la psicologia degli uomini. E questo ti mette nella condizione di allontanarti dai cliché, di concentrarti e cercare i dettagli. Come è avvenuto ne Il Giovane Montalbano. Pur nella diversità dei due Montalbano si trova una linea comune. La partitura, la materia è la stessa ma con due diverse interpretazioni, la mia e quella di Luca Zingaretti.
D: Sono passati 25 anni dalla scomparsa dei giudici Falcone e Borsellino, due uomini di Stato, due persone eccezionali. Pensa che possano rinascere uomini del genere in Italia?
R: Più che rinascere, la mia speranza è che tutti i giorni ci siano già uomini come loro. E ci sono. Come il salumiere di Napoli costretto a chiudere il negozio perché ha testimoniato la sparatoria avvenuta nel suo quartiere. L’imprenditore Leonardi, che è sotto scorta, perché non si è piegato alle minacce della Camorra. Il commerciante tarantino taglieggiato dall’usura e dalla criminalità. Loro sono Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Basta andare a cercare nei territori.
D: Un vizio e una virtù di Michele Riondino.
R: La mia virtù è la trasparenza, forse anche troppa. Un vizio: il disordine, anche mentale (ride, ndr).
D: Ci vedremo anche al Festival di Venezia in un cortometraggio tutto al femminile?
R: Si, con Diva! di Francesco Patierno che ci farà conoscere meglio l’attrice Valentina Cortese. È il racconto di quella grande protagonista attraverso le attrici che l’hanno interpretata o conosciuta, da Anna Foglietta a Carolina Crescentini, da Greta Scarano ad Anita Caprioli, Carlotta Natoli e Barbora Bobulova.

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Publicato in: Look Argomenti: , Data: 28-07-2017 08:02 PM


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